Ius Soli, il problema che nessuno vuole risolvere

INTRODUZIONE

L’Italia è passata, da quasi trent’anni a questa parte, dall’essere Paese di emigrazione a destinazione di flussi migratori al punto da giungere ad un saldo migratorio positivo (nel 2017 secondo i dati ISTAT il saldo è stato +85.438).

Questa dovrebbe essere una buona notizia per il nostro Paese dal momento che viene a coprire, parzialmente, il saldo naturale che invece registra una costante diminuzione (nel 2016 registrava -134.000, nel 2017 -190.910), ma per una parte consistente della classe politica, affamata di voti, e per una parte della popolazione, preoccupata per la perdita di omogeneità e spaventata dalle notizie diffuse da alcuni media, rappresenta una pericolosa minaccia.

A destare inoltre inutili preoccupazioni tra i politici nazionalisti e “sovranisti” è la proposta di modifica del principio che disciplina il diritto di cittadinanza, poiché i partiti che si dichiarano campioni di questa iniziativa perdono ogni interesse alla questione una volta che un evento (preferibilmente drammatico) sposta l’attenzione dell’opinione pubblica, o la sua indignazione, su un altro argomento.

Lo “scontro” riguardo alla cittadinanza ha per oggetto due tipologie di diritto: Ius Sanguinis e Ius Soli.

IUS SANGUINIS
Il principio dello Ius Sanguinis nasce nel XIX secolo in Germania dall’unione della teoria filosofica nazionalista di Johan Fichte e della storia nazionale dello storico Ernest Renan (uno dei padri della storiografia nazionalista tedesca).

Esso si basa principalmente sui tre elementi che sono stati la base su cui hanno poggiato tanto lo sviluppo dello stato-nazione ottocentesco, quanto le peggiori ideologie del novecento (fascismo, nazismo, separatismo, e segregazionismo) ovvero razza, sangue e lingua.

Grazie a questo stratagemma i capi di stato potevano utilizzare la presenza in un Paese confinante di minoranze con caratteri comuni ai propri per adottare una politica estera aggressiva mostrandosi alla massa come difensore del “proprio” popolo.

Nonostante siano passate due guerre mondiali, decine di massacri e centinaia di conflitti minori, ancora oggi la maggior parte dei Paesi del mondo mantengono questa legislazione retrograda nei confronti della cittadinanza.

In alcuni Paesi come Grecia, Israele, Liberia e Lituania la legge prevede l’attribuzione della cittadinanza a individui figli di “diaspore” (deportazioni, tratte di schiavi, emigrazione). In Spagna nel 2015 è stata approvata una legge che arrivava a garantire la cittadinanza ai discendenti degli ebrei sefarditi cacciati dalla penisola iberica durante l’età moderna.

IUS SOLI
La storia dello Jus Soli si perde nella Grecia antica (distinzione tra stranieri e cittadini nati all’interno del territorio della Polis) e nella Roma degli imperatori Severi quando, nel 212 d.C., Caracalla concesse, attraverso la Constitutio Antoniniana, la cittadinanza a tutti gli uomini liberi che abitavano all’interno dei confini dell’impero.

Nel corso dell’800 nacque il conflitto con lo Ius Sanguinis e assunse connotati politici in quanto divideva due potenze europee di primo piano come la Germania e la Francia.
Questo tipo di politica è stata adottata dalla quasi totalità dei Paesi del continente americano, il Pakistan e la Tanzania.

IUS SOLI MISTO
Ci sono casi in cui viene accordata la cittadinanza anche a figli e discendenti di individui non in possesso della cittadinanza (spesso viene richiesto il permesso di soggiorno come condizione imprescindibile).

L’Egitto concede la propria cittadinanza a nipoti di migranti qualora i genitori siano nati su suolo egiziano.

Nel caso della Germania, oltre al permesso di soggiorno permanente per almeno uno dei genitori, viene richiesta la residenza di questi per almeno otto anni.

In Australia un individuo può diventare cittadino se almeno uno dei genitori lo è oppure se ha risieduto nel Paese per i primi 10 anni della sua vita.

SITUAZIONE ITALIANA
In Italia possiamo dire che vige uno Ius Sanguinis mitigato dalla Legge 5 febbraio 1992, n. 91.
Tale norma, che ha subito una modifica nel 2013, concede la cittadinanza:
– Agli individui nati in Italia da genitori non italiani una volta compiuti i 18 anni e dimostrato la propria presenza permanente in Italia (impedendo a minori meritevoli di abbandonare il Paese per partecipare a iniziative della durata superiore al mese).
– Ai minori solo nel caso in cui uno dei genitori ottenga la cittadinanza.
– Ai maggiorenni che abbiano risieduto permanentemente in Italia per 10 anni e presenti richiesta alla procura allegando documenti di varia natura.

Tale legge venne redatta ed entrò in vigore imentre l’Italia non era da molto un Paese eletto come destinazione (provvisoria o definitiva) da un numero elevato di migranti.

Era l’anno dei primi arrivi dall’Albania del dopo Hoxha e dai Paesi balcanici interessati dalle guerre etniche e si pensava alla permanenza dei migranti come essenzialmente provvisoria. Ma oggi siamo nel 2019, sono passati 27 anni dall’entrata in vigore di una legge i cui articoli risultano ormai inefficienti.

È stata presentata una proposta di legge atta a sostituire le disposizioni previste dalla L. 5 febbraio 1992 n°91; essa prevede l’attribuzione dello status di cittadino italiano:
– Agli individui nati in Italia da genitori in possesso di permesso di soggiorno di lungo periodo (ottenibile dopo 5 anni di residenza).
– Ad individui giunti in Italia ed aventi età inferiore ai 12 anni dietro l’obbligo d’aver svolto un percorso d’istruzione della durata di almeno 5 anni.
– Agli individui giunti in Italia e aventi un’età compresa tra i 12 e i 18 anni passati 6 anni dal loro arrivo e al termine positivo del percorso scolastico.

Tale proposta, fin troppo moderata in certi punti, è ancora ferma in senato a causa dell’ostruzionismo della destra e dell’incapacità della sinistra di trovare un accordo al suo interno.

Il nostro Paese non può esimersi dall’approvazione di questa legge, non tanto come una qualche azione redentiva o risarcitoria (un moralismo simile ha infatti ottenuto effetti opposti a quelli sperati) ma come atto di giustizia nei confronti di individui che non hanno avuto la fortuna di nascere e vivere in un Paese che, nonostante lo sciovinismo di taluni e i tentativi di altri, si presenta democratico e sicuro.

 

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