I pionieri della psicologia dell’adolescenza -2

ANTROPOLOGIA E ADOLESCENZA

Nel corso degli anni ’20 l’antropologia si trasformò in una scienza sempre più pratica, con gli studiosi che passavano sempre più tempo all’interno delle società oggetto dei loro studi.

Tra questi nuovi antropologi ad occuparsi di adolescenza in quegli anni fu soprattutto Margaret Mead che nel 1928 pubblicò L’adolescente in una società primitiva ovvero i risultati di un’esperienza dell’autrice sull’isola samoana di Tau presso una società indigena.

Le protagoniste della ricerca furono tre gruppi di ragazze:

  • Bambine tra gli 8 e i 13 anni (fase prepuberale)
  • Ragazze tra i 12 e i 15 anni (vicine alla pubertà)
  • Ragazze tra i 15 e 20 anni (non ancora adulte)

Nello studio Mead si oppose all’ eurocentrismo che ancora permeava gli studi sociali come l’antropologia; le società erano infatti classificate in base a parametri ritenuti assoluti e immutabili.

Confutò la tesi di Hall secondo cui esistesse un unico modello di adolescenza contrapponendole l’ idea che esistessero tanto tipi di adolescenza quante sono le società e che in alcune di queste non fosse un periodo traumatico.

Confrontando poi le esperienze delle ragazze samoane con quelle statunitensi esaltò la società indigena  giungendo ad ipotizzare che i problemi riscontrati negli adolescenti americani potessero essere risolti imitando la società samoana.

Questa conclusione venne criticata da antropologi come Malinowski che sottolinearono le enormi differenze tra i due mondi presi in considerazione da Mead, per esempio per quanto riguarda la presenza di un unico universo di conoscenze a Samoa e una più limitata divisione del lavoro.

Tra i maggiori contestatori del lavoro della dr.ssa Mead ci fu Derek Freeman che, in seguito ad un soggiorno presso un’altra società samoana,criticò la visione eccessivamente miope della collega riguardo alla presunta inesistenza di problematiche nella vita delle adolescenti samoane.

Esse infatti, nell’esperienza di Freeman, manifestarono patologie anche simili a quelle riscontrate nelle adolescenti statunitensi.

LA CLASSE SOCIALE E IL GAP GENERAZIONALE

Gli studi antropologici sull’adolescenza, benché in essi venissero considerati solo gli aspetti prettamente culturali, contribuirono a far evolvere il dibattito in merito all’adolescenza in occidente.

Si fece largo la teoria, sostenuta soprattutto da sociologi di scuola marxista, che esperienze e patologie dell’adolescenza si manifestassero in base alla classe di appartenenza dell’individuo.

La classe è una condizione in cui si nasce ed esiste nonostante la mancanza di una sua coscienza da parte dell’individuo. che non può abdicarvi per atto volontaristico (approfondiremo questo argomento in altri articoli).

Karl Mannheim, allievo di Gregory Lukacs, ritenne che i semplici dati biologici ed antropologici non fossero sufficienti a trattare dovutamente il tema delle questioni psicologiche e sociologiche nelle vita di un individuo.

Secondo il sociologo ungherese sarebbe necessario affiancare a questi dati anche fenomeni storico-sociali; ad ogni classe e generazione corrisponderebbero determinate caratteristiche comportamentali e psicologiche.

Mannheim, nel suo studio, attaccò tanto la sociologia paleo-positivista quanto le posizioni marxiste; la prima a causa del principio secondo cui la società progredisce con il succedersi delle generazioni, le seconde per la loro esclusiva e a volte cieca attenzione alla classe (trascurando forze psicologiche e sociologiche).

Il cambiamento sociale necessiterebbe della coscienza di classe e non della sola appartenenza ad essa, detta coscienza nascerebbe dalla consapevolezza di condividere lo stesso destino nata in capo ad un numero di individui appartenenti alla stessa classe.

La comunanza di ideali e destino venne utilizzata anche per quanto riguarda la generazione; la condivisione di idee e ideali innovativi e necessari per il progredire della società formano, all’interno di una generazione, un’unità generazionale.

A permettere l’adozione di una condotta positiva non sarebbe quindi la semplice appartenenza bensì la consapevolezza e la condivisione di esperienze o idee che legherebbero un’individuo ad altri.

Benché Mannheim non inserisca più ciascun individuo in un unico gruppo, la sua bipartizione non è ancora sufficiente ad esprimere la complessità dell’identità (o della multidentità) di ciascuno di noi.

Nel prossimo articolo tratteremo di Kurt Lewin.

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