1996- Tortura alle terme

Era un tranquillo sabato mattina d’agosto del 1996, gli europei inglesi erano finiti da poco con la vittoria della Germania di Oliver Bierhoff e Ziege, così come le Olimpiadi di Atlanta con quella loro orribile mascotte che somigliava ad un gremlin in ipotermia.

La famiglia stava correndo lungo l’l’A4 a tre corsie sulla Golf blu che l’azienda per cui lavorava il padre forniva ai dipendenti appena uscita dall’autolavaggio.

I genitori erano soliti portare con loro i due figli quando dovevano lavare le proprie auto e quasi ogni volta raccontavano loro la storia di un gigante che inghiottiva la macchina per poi gettarla fuori dopo averla masticata e digerita.

Dalla radio proveniva un brano jazz contenuto in uno dei numerosi CD del padre, che amava particolarmente quel genere di musica; Eddy Henderson suonava  la tromba con trasporto mentre il caldo sole d’estate riscaldava l’aria nell’auto, mischiandosi al fumo di sigaretta che il padre teneva fuori dal finestrino del guidatore per evitare che potesse raggiungere i figli.

Questi sforzi si rivelarono parzialmente vani poiché la brezza leggera provocata dal movimento della macchina faceva rientrare un po’ di fumo.

Questo raggiunse immancabilmente A che immaginò quel mix come l’odore che avrebbe potuto sentire in un locale dove suonavano musica Jazz.

A, la madre e la sorellina di quattro anni che dormiva sul sedile posteriore accanto a quello del nostro protagonista, avrebbero trascorso una settimana dai nonni paterni che abitavano in un paesino vicino a Salò, in Val Sabbia, poco sotto un monte che ad A pareva avvicinarsi ogni volta che tornavano a trovare i parenti lontani.

Il padre, dopo averli accompagnati, sarebbe tornato a casa a causa di impegni lavorativi e li avrebbe raggiunti nuovamente solo il sabato seguente.

Il lungo soggiorno, oltre per il piacevole clima, la rusticità del paese e la compagnia dei nonni e di una zia nubile che abitava poco lontano, era dovuto ad una spiacevole necessità occorsa ad A.

Due anni prima, infatti, durante una notte, il nostro aveva avuto quello che doveva essere stato un terribile attacco d’asma al punto da spingere i genitori a portarlo rapidamente all’ospedale più vicino.

A non ricordava molto di quella notte, solo una stanza buia e poi il suo risveglio il mattino dopo in un letto d’ospedale. Del periodo in ospedale ricordava essenzialmente due cose, le visite dei suoi genitori, che si alternavano tra l’appartamento e l’ospedale e rimanevano con lui fino a tardi e la stanza ricreativa con l’armadietto dei giochi per bambini.

Da quel periodo, A doveva dirigersi a Sirmione per delle cure termali.

Una volta giunti a destinazione, un piccolo paese vicino a quello dei nonni, i tre cambiarono auto, salutando il padre che sarebbe tornato al lavoro e salirono sull’auto del nonno, una FIAT Panda bianca con due sole portiere.

Con questa percorsero l’ultimo tratto di strada, infilandosi infine in una stradina laterale che li condusse alla casa dei nonni, un edificio giallo sabbia consistente in

1- una cantina,

2- un piano terra con bagno, una camera da letto, un ampia anticamera, un salotto/sala da pranzo ed una cucina

3- un primo piano con un secondo bagno, due camere da letto, una stanza facente le funzioni di soffitta, una seconda anticamera e un corridoio illuminato da numerose finestre che costituivano le pareti

Inoltre la proprietà, chiusa su un lato da una recinzione metallica, su un altro da un ampia cancellata apribile e chiudibile da un telecomandino grigio e da tre pulsanti bianchi siti all’ingresso dell’abitazione, in una piccola gabbiola di vetro, e sui restanti due lati da reti di recinzione verdi che dividevano la proprietà dai terreni vicini, prevedeva un garage con annessa soffitta per gli attrezzi ed un ampio giardino diviso equamente tra un orto ed un ampio spiazzo ricoperto di piastrelle per esterni.

Quando il nonno ebbe parcheggiato, i due bambini aprirono rapidamente le portiere e sfrecciarono fuori dall’auto correndo verso l’orto.

Superarono la zona piastrellata ai margini della quale faceva bella figura una piccola vite e raggiunsero la vecchia stia annessa ad una casetta fungente da deposito degli attrezzi e dei semi.

Nell’orto era presente questa stia perché molti anni addietro la famiglia paterna possedeva anche animali da fattoria (galline e conigli) che il padre si divertiva a terrorizzare quando era piccolo sparando con un fucile a pallettoni.

Raggiunsero alla fine l’orto vero e proprio consistente in un albero di prugne, alcuni rovi di more, piante di fragole e di fragoline e numerose verdure quali insalate, lattughe, pomodori e carciofi.

Ad A piaceva l’orto del nonno, quando nessuno vedeva, o almeno quando i due bambini pensavano nessuno gli stesse osservando, con la sorella sgattaiolavano fuori casa e facevano una scorpacciata di uva, prugne e more (quando si sentivano particolarmente coraggioso tentavano anche di raccogliere le fragole venendo però ripresi dal nonno).

Iniziarono quindi a setacciare l’orto alla ricerca di gusci vuoti di lumache perché quei viscidi animali erano attratti dal ben di dio offerto da quel giardino e per combatterle il nonno utilizzava pesticidi.

Una volta raccolto un buon numero di gusci, i due iniziarono a lanciarli nei terreni vicini, questo finché la madre non li chiamò dentro.

Salirono quindi le scale di mattoni rossi che portavano al balconcino rialzato del piano terra e, passando per il piano per la porta finestra, entrarono in salotto.

Era questo un ampio locale quadrato con al centro una tavola di legno rotonda allargabile, abbinata con circa cinque sedie di legno con i sedili ricoperti di cuscini verdi.

Attaccati alle pareti sulla destra e sulla sinistra rispetto agli ingressi erano posizionati due mobili, da una parte una libreria  con annesso ripiano dov’erano riposte le parole crociate del nonno, il vecchio telefono a rotella e le pagine bianche e gialle; dall’altra invece c’era un mobiletto dove erano contenuti il servizio buono (che la nonna tirava fuori solo in occasione dei pranzi in famiglia), le tovaglie, alcuni ricami della nonna, gli album delle foto che l’anziana amava tirare fuori mostrandoli orgogliosa ai nipoti (solitamente si soffermava su un ricordo che riguardava il nonno il quale, ubbidendo alle parole dell’allora papa Giovanni XXIII, diede un bacio al padre dei bambini, allora lattante in culla) e sui cui ripiani erano stati messi i souvenir e cartoline, varie copie del Giornale di Brescia con l’inserto del lunedì in cui erano presenti i risultati delle squadre della provincia tra cui quella giovanile in cui giocava il cugino dei due (e che alla fine era l’unica di cui fregasse ad A desideroso cdi leggere il nome del cugino tra i marcatori) e riviste che il nostro etichettava “da femmine” (più che altro riviste di cucito).

Alle altre due pareti invece erano posizionate la grande TV a tubo catodico e il divano di legno con sei grandi cuscini multicolore su cui si sedevano tutti i componenti della famiglia in visita ad eccezione del nonno poiché a lui era riservata una poltrona di legno con lo stesso tipo di cuscini e che per il protagonista aveva lo stesso valore di un trono.

Dietro un’ampia tenda, appoggiato al muro che faceva angolo con la porta finestra, era poi appoggiato un fucile che ogni volta catturava l’attenzione di A a cui, ogni tanto si avvicinava per prenderlo in mano, venendo prontamente fermato dal nonno che lo redarguiva sulla sua pericolosità se brandito da bambini.

I due bambini notarono che sulla tavola la madre aveva messo due merendine Fiesta con davanti un bicchiere di succo d’arancia. Consumarono quindi la merenda sotto lo sguardo dei tre adulti, dopodiché salirono al piano di sopra.

Attraversarono l’anticamera e salirono le scale ricoperte di moquette marrone raggiungendo l’anticamera consistente in un grosso mobile al cui interno dovevano esserci coperte e vestiti invernali, una piccola cassapanca dove facevano bella figura in una teca di vetro vari minerali e all’interno di un cassetto erano invece contenuti una quarantina di 44 giri (la collezione del padre e dello zio evidentemente) e  da una piccola libreria su cui erano disposti i vecchi libri di testo del padre, dello zio e del prozio Ercole ed alcuni vecchi dizionari, tra cui i preferiti di A, i dizionari della storia Garzanti con quelle splendide immagini di eventi e soggetti vestiti con gli abiti delle epoche trattate dai vari capitoli.

Entrarono poi nel corridoio che portava alla loro camera dove era stato messa la cucina giocattolo con cui A e la sorella si divertivano.

Raggiunsero infine la loro stanza, dove la moquette era invece verde, c’erano un grande mobile di legno scuro decorato da motivi floreali e arricchito da un grande specchio al cui interno la nonna conservava tutti i suoi lavori di ricamo (bellissimi), un bellissimo studiolo (madonna che invidia) in legno scuro su cui erano riposte una lampada con attaccati vecchi stickers dei Puffi e un cestino in vimini con coperchio in cui erano contenuti cagnolini giocattolo della sorella con cui giocava anche A.

Accanto alla porta-finestra che dava su un balcone ad angolo, erano presenti i due letti in cui dormivano i bambini, separati da un mobiletto di legno (indovinate la tonalità?) con cinque cassetti all’interno dei quali erano custodite alcune copie del Giornalino, di Cip e Ciop e della Pimpa, oltre che un album degli europei del ’92.

I due bambini iniziarono a giocare finché la madre non li chiamò per la cena.

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