Marx e l’impero russo. Una lezione per la “nuova” sinistra italiana- Introduzione

INTRODUZIONE

Con la vittoria di Vladimir Vladimirovic Putin alle elezioni presidenziali  del 2000 è iniziata in Russia quella che potremmo definire “Età putiniana”, che va avanti da vent’anni e che potrebbe prolungarsi fino al 2036 (le attuali condizioni di salute del presidente russo potrebbero spingerlo alle dimissioni ma un uomo previdente come lui avrà sicuramente pronto un successore).

Questi primi vent’anni per la Russia sono stati segnati da arresti di oppositori politici, morti “inspiegabili” per avvelenamento di ex spie espatriate, censure all’informazione ed al mondo intellettuale, un partito comunista che più volte si è dimostrato la stampella del governo piuttosto che la principale forza d’opposizione ed una campagna particolarmente agguerrita di revisionismo e manipolazione della storia che nell’ultimo anno ha portato alla ridicola condanna dello storico  Yuri Dmitriev (studioso dei Gulag staliniani) con l’accusa infamante e infondata di violenza sessuale.

I governi di Russia Unita (partito dell’attuale presidente) hanno ripreso ed incrementato nel corso degli anni l’aggressiva politica di riconquista dei territori divenuti indipendenti dopo la dissoluzione dell’URSS  già iniziata da El’cin con la brutale repressione della sollevazione cecena e l’occupazione militare della regione moldava della Transnistria.

Approfittando dell’instabilità politica, di difficoltà economiche e impellenti bisogni materiali di cui hanno sofferto ed ancora soffrono numerose repubbliche post-sovietiche, e sfruttando biecamente i timori delle comunità russofone presenti in quegli stati alimentando contemporaneamente pulsioni secessioniste allo scopo di invadere ed annettere gradualmente porzioni di territorio (vedi il caso della Crimea del 2014 o degli ‘Oblast dell’Ucraina orientale ancora in corso per fare alcuni esempi).

LA “SINISTRA” E LA RUSSIA DI OGGI

Questa politica espansionista, portata avanti sia manu militari che attraverso media russi vicini al governo e il gas (la cui fornitura alle nazioni vicine è l’arma più potente nelle mani del Cremlino, più volte utilizzata come collare a strozzo), è, soprattutto a partire dalla crisi Ucraina del 2013-2014, affiancata da un’enorme ed efficace macchina di propaganda internazionale.

Il Cremlino è stato in grado di guadagnare consensi per la propria politica estera o bellica sia a destra che a sinistra adottando un processo che potremmo definire camaleontismo e che ha però come minimo comune denominatore la presunta difesa di uno “spazio vitale” d’influenza.

A sinistra, o presunta tale, per giustificare e difendere l’operato di Mosca (soprattutto in Ucraina)  si rispolvera l’antiamericanismo da guerra fredda (dopotutto gli anni ’80 sono tornati di moda) parlando di un piano statunitense per circondare la Russia, si fa appello al passato sovietico della Russia (la cui dimensione imperiale sta producendo un processo di riabilitazione insieme all’esperienza zarista) e si semplifica quello di altre realtà (come quello ucraino semplificando al massimo soprattutto il periodo bellico e ignorando completamente la fase precedente se non per commettere errori), si ricorre ad una narrativa dove fiabesca della realtà cercando spasmodicamente analogie con il pantheon della storia antifascista minimizzando o ignorando prove che confutano tale narrativa.

LA RUSSIA COME BALUARDO DI UNA TRADIZIONE

L’ostilità nei confronti dell’occidente, come del capitalismo, e dei suoi tentativi di instaurare un multiculturalismo fondato sulla pacifica convivenza tra varie comunità con i rispettivi usi e costumi all’interno di uno stesso stato (maggioritarie e minoritarie), spinge alcuni settori della sinistra a individuare nella conservatrice ed illiberale Russia putiniana, il baluardo di una tradizione europea epurata dalla propria complessità e da elementi che mal si adeguano alla realtà moscovita.

Il processo multiculturale è talvolta promosso da elementi estremisti interessati, a causa di un diverso odio per l’occidente, nato da  un “Fardello dell’Uomo Bianco” opposto  ma altrettanto delirante e deleterio rispetto a quello ottocentesco, a schiacciare ciecamente le tradizioni del nostro mondo,  condannate nella loro interezza  in quanto “occidentali” ed esaltare e glorificare relativisticamente qualunque cosa possa essere ritenuta altera, proveniente dai “subordinati”, sottolineandone un’inesistente purezza.

Nonostante l’esistenza di tali estremisti, il multiculturalismo può, se utilizzato correttamente ed evitando pericolosi balzi in avanti, far progredire la nazione che lo applichi correttamente, ovvero attraverso un naturale processo di approfondimento non superficiale delle diverse tradizioni interessate e di una loro graduale fusione.

La storia culturale, economica e sociale, lo stesso percorso umano dimostrano l’inevitabilità dei processi di fusione che non possono essere fermati ma possono essere al massimo incanalati e governati.

Così come una nuova vita è il frutto della fusione di due esperienze a cui se ne aggiungono, nel corso della ciclo vitale, numerose altre e che a sua volta si trasforma anch’essa in esperienza  che sopravvivrà (sebbene rimpicciolendosi sempre di più) nei secoli oltre il corpo e oltre il ricordo, anche la tradizione che oggi chiamiamo così, è l’unione di elementi provenienti da varie tradizioni precedenti, che successivamente si sono aggiornate e rinnovate per poi fondersi e dar vita a quella che diverrà anch’essa tradizione.

L’IMPERIALISMO RUSSO

Con la caduta dell’Unione Sovietica nel 1991 ed il conseguente trionfo degli Stati Uniti nella guerra fredda, il mondo conobbe un breve periodo di totale dominio  politico americano con la Russia in un angolo a leccarsi le ferite, l’Unione Europea alleata e la Cina che non era ancora la grande potenza economica e commerciale che oggi conosciamo.

nonostante la fine della guerra fredda, i conflitti in aree definibili come “periferie del mondo” non si esaurirono, imperialismi regionali sorsero o guadagnarono forza alimentando rivalità e conflitto; la fine di due importanti realtà federative mise a nudo le tensioni etniche o nazionali tra i popoli che le componevano e che gli apparati di quei Paesi avevano cercato di celare, ignorare o reprimere con maggiore o minore brutalità e che non di rado andavano ad accrescere il numero delle guerre civili o a matrice etnica.

L’arrogante politica estera statunitense tra il 2000 e il 2008 con l’invasione di Afghanistan (2001) ed Iraq (2003), oltre all’avventato riconoscimento della giunta golpista venezuelana nel 2002, spinse una parte della sinistra a rimpiangere gli anni della guerra fredda o almeno la funzione deterrente di un mondo diviso in due blocchi la cui potenza militare, in grado di distruggere il mondo, fungeva da freno alle iniziative belliche da parte degli stati a capo di essi.

Alcuni hanno quindi accolto positivamente l’aggressivo risveglio delle aspirazioni imperiali russe senza troppo interrogarsi sui mezzi utilizzati per espandere la propria influenza nelle ex repubbliche sovietiche (in particolare in Ucraina dove i tubi delle forniture di gas sono stati per vent’anni efficaci guinzagli che hanno legato la politica interna ed estera di quel Paese) o sulle milizie separatiste filorusse sorte soprattutto negli ultimi anni non approfondendone organico ed ideologie, accontentandosi di credere alla propaganda che li mostrava come semplici operai o contadini o ce li equiparava alle brigate internazionali che nella guerra civile spagnola giunsero in aiuto delle forze repubblicane contro Franco.

Nella fretta di trovare contraltari alla potenza nordamericana, ci si è affidati ad una potenza conservatrice che adotta strategie del tutto simili a quelle che la “sinistra” critica agli Stati Uniti ma applicate in maniera maggiormente spregiudicata in quanto il governo è in grado di influenzare l’opinione pubblica sfruttando efficacemente l’apparato repressivo ereditato dalla parentesi sovietica e prima ancora dal lungo dominio zarista.

E MARX?

Molti sostenitori a sinistra della rinascita imperiale della Russia conservatrice amano chiamare in causa il passato comunista del Paese, focalizzandosi in particolare sul fondamentale apporto dato dall’Unione Sovietica  per la sconfitta della Germania nazista ed i suoi alleati e stati satellite .

Ma cosa penserebbe Marx di questa Russia, repubblicana ma anche imperiale, perseguitrice di una politica espansionista ed aggressiva come quella del regime zarista dal regno di Pietro I (1682-1725), che dall’ottocento pare aver ereditato un carattere illiberale ed ostile a qualsiasi riformismo?

E’ ciò che intendiamo scoprire in questa serie di articoli analizzando opere, articoli e la corrispondenza (soprattutto con l’amico e collaboratore Engels) aventi come argomento la politica estera e la situazione interna della Russia tra 1848 e 1883 con un approfondimento anche sugli scritti di Engels posteriori alla morte di Karl Marx.

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